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www.medjugorje.ws » Eco di Maria Regina della Pace » Eco di Maria Regina della Pace 204 (Marzo-Aprile 2009)

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Messaggio del 25 gennaio 2009:
“Cari figli, anche oggi vi invito alla
preghiera. Sia la preghiera per voi come
un seme che metterete nel mio cuore, che
Io consegnerò al mio figlio Gesù per la
salvezza delle vostre anime. Desidero
figlioli, che ognuno di voi si innamori del-
la vita eterna che è il vostro futuro e che
tutte le cose terrene siano per voi un aiu-
to per avvicinarvi a Dio Creatore. Io
sono con voi così a lungo perchè siete sul-
la strada sbagliata. Soltanto con il mio
aiuto, figlioli, aprirete gli occhi. Ci sono
tanti che vivendo i miei messaggi com-
prendono che sono sulla strada della san-
tità verso l'eternità. Grazie per aver
risposto alla mia chiamata”.
La preghiera:
un seme nel Cuore di Maria
Dio Spirito Santo ha comunicato a
Maria, sua fedele Sposa, i suoi doni ineffa-
bili. L’ha scelta quale dispensatrice di tutto
ciò che possiede: di modo che ella distribui-
sce a chi vuole, quanto vuole, come vuole e
quando vuole tutti i suoi doni e le sue gra-
zie. Nessun dono del cielo è concesso agli
uomini che non passi per le mani verginali
di lei. Il volere di Dio è, infatti, che tutto ci
venga donato per mezzo di Maria
(Trattato
della vera devozione a Maria, tesi 25).
Queste parole di San Luigi Maria da
Montfort commentano già da sole l’odierno
messaggio di Maria, almeno per quanto
riguarda il Suo ruolo nella salvezza dell’u-
manità. La preghiera sia per voi come un
seme che metterete nel mio cuore, che Io
consegnerò al mio figlio Gesù per la sal-
vezza delle vostre anime.
La nostra pre-
ghiera deposta nel Cuore di Maria è come
un seme che darà frutto sicuro, produrrà la
salvezza delle nostre anime,
perché sarà
Lei a consegnarlo a Gesù ed Egli non rifiu-
ta niente di ciò che riceve da Lei. La nostra
preghiera, seminata nel Cuore immacolato
di Maria, fiorisce limpida e pura e dunque
gradita a Dio.
Desidero, figlioli, che ognuno di voi si
innamori della vita eterna che è il vostro
futuro e che tutte le cose terrene siano
per voi un aiuto per avvicinarvi a Dio
Creatore.
La vita eterna è la vita in Dio, è
il dono della salvezza conquistatoci da
Gesù, è la conoscenza di Dio attraverso
Gesù e la vita in Lui (cfr Gv 17, 2 - 3). Già
in questa Terra possiamo cogliere qualcosa
della vita in Lui, pregustare una primizia di
quella vita eterna che vivremo in pienezza
in Paradiso, e questo ci consentirà di inna-
morarci della vita eterna che è il nostro
futuro
e ci renderà più facile orientare tut-
to ciò che fa parte della nostra esperienza
terrena nell’ordine voluto da Dio. Così tut-
te le cose terrene
potranno, con l’aiuto di
Maria, costituire un aiuto per avvicinarci
a Dio Creatore
e non più occasione di
allontanamento da Lui o addirittura causa
di peccato; toccare, usare tutte le cose per il
bene comune, e non assoggettarle allo
sfruttamento individuale o farne strumento
di potere o di predominio su altri uomini.
Promuovere la vita e difenderla da ogni
forma di sopraffazione, di violenza, di mor-
te; questo è avvicinarci a Dio Creatore,
cioè a Dio che crea e suscita la vita e non
vuole la morte. Tutte le cose terrene dob-
biamo utilizzarle per avvicinarci a Dio: la
gioia come il dolore, la salute come la
malattia, le gratificazioni come le prove, i
successi come gli insuccessi, il rapimento
nell’Amore come l’aridità spirituale, ecc.
Io sono con voi così a lungo perché
siete sulla strada sbagliata. Ecco la rispo-
sta che dovrebbe mettere a tacere quanti,
anche fra religiosi e consacrati, si scanda-
lizzano per questa “prolungata presenza di
Maria” così “anomala” da indurli a giudi-
carla non vera. Lungi dal temere che questa
grazia, proprio per la sua eccezionalità,
potrebbe essere l’ultima possibilità di rav-
vedimento e di salvezza offerta da Dio al
mondo, costoro, anziché tacere e seguire il
parere di Gamaliele, rischiano di trovarsi a
combattere contro Dio!
(At 5, 38-39).
Soltanto con il mio aiuto, figlioli, aprire-
te gli occhi
. Ed il Suo aiuto è anche questa
Sua Presenza che già sta dando frutto: ci
sono tanti che vivendo i miei messaggi
comprendono che sono sulla strada della
santità verso l’eternità
. Voglia Maria che
chi è già sulla strada giusta proceda sicuro
e chi è ancora su quella sbagliata si ravveda
presto perché tutti portino sulla fronte e nel
cuore il Suo sigillo di salvezza.
Nuccio Quattrocchi
Messaggio del 25 febbraio 2009:
“Cari figli, in questo tempo di rinun-
cia, preghiera e penitenza vi invito di
nuovo: andate a confessare i vostri pec-
cati affinché la grazia possa aprire i
vostri cuori e permettete che essa vi cam-
bi. Convertitevi, figlioli, apritevi a Dio e
al suo piano per ognuno di voi. Grazie
per aver risposto alla mia chiamata”.
Tempo di rinuncia,
preghiera e penitenza
per aprirsi a Dio
Il messaggio di oggi, mercoledì delle
Ceneri, è in piena sintonia con il tempo di
Quaresima: quaranta giorni di rinuncia,
preghiera e penitenza
con i quali la Chiesa
ogni anno si unisce al Mistero di Gesù nel
deserto
(Catechismo della Chiesa Cattolica,
tesi 540). Tempo di Quaresima: tempo di
purificazione, di discernimento, di ritorno al
Padre. Tempo di liberazione da tutto ciò che
è di ostacolo alla comunione con Dio e con
i fratelli; tempo quindi di riconciliazione, di
reciproco perdono, di riscoperta dell’amore
nell’Amore, di immersione nella Volontà
del Padre che è Amore puro e misericordio-
so. Tempo di scelte forti che richiedono
serietà e fatica ma che consentono quella
nascita dall’alto necessaria per vedere il
regno di Dio, quella nascita da acqua e
Spirito necessaria per entrare nel regno di
Dio
(Gv 3, 3-5). Non serve imbiancare l’e-
sterno per apparire giusti davanti alla gen-
te e dentro essere pieni di ipocrisia e di ini-
quità
(Mt 23, 28).
Anche oggi, come allora, dobbiamo
saper distinguere fra finzione e realtà, fra
apparire ed essere; dobbiamo scegliere fra
Verità e menzogna, fra Vita e morte, fra Dio
e satana; ed oggi, nell’epoca della civiltà
dell’immagine
, è forse anche più difficile di
ieri operare la scelta giusta. Ma Tu, Madre,
sei con noi, non ci lasci soli: Cari figli, in
questo tempo di rinuncia, preghiera e
penitenza vi invito di nuovo: andate a
confessare i vostri peccati affinché la
grazia possa aprire i vostri cuori e per-
mettete che essa vi cambi
.
Prendiamo sul serio questo invito; non è
nuovo, è lo stesso invito di sempre e questa
è una ragione in più per prenderlo molto
seriamente: non si tratta di una esortazione
occasionale ma di una sollecitazione esi-
stenziale; si tratta di una scelta che non
riguarda la vita in un arco del tempo ma per
tutto il suo tempo e oltre, per l’eternità. È
una scelta che non può essere compiuta con
le nostre sole forze; è necessario attingere
alla grazia divina assicurata dal sacramen-
to della Confessione. Ma attenzione: la
confessione non è l’elenco dei peccati che
si presenta al sacerdote per ritirare lo scon-
“Il digiuno è l’anima della preghiera
e la misericordia la vita del digiuno,
perciò chi prega digiuni.
Chi digiuna abbia misericordia.
Chi nel domandare desidera di essere esaudito,
esaudisca chi gli rivolge domanda.
Chi vuol trovare aperto verso di sé il cuore di Dio
non chiuda il suo a chi lo supplica”.
(Dai Discorsi di san Pietro Crisologo)
Marzo - aprile 2009 - Edito da Eco di Maria Via Cremona, 28 - 46100 Mantova
A. 25, n. 3 - 4 Sped. a. p. art. 2, com. 20/c, leg. 662/96 filiale di MN - Autor. tribun. MN: 8.11.86, ccp 14124226
204
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trino dell’avvenuto pagamento; non siamo
al supermercato ma davanti a Dio! Occorre
accostarsi al confessore con il pentimento,
l’amore ed il tremore del figlio che decide
di tornare al Padre (Lc 15, 18-19). Occorre
esporsi all’Amore del Padre, aprire a Lui il
cuore, la mente e l’anima, entrare nel Suo
Cuore per attingervi la Vita Nuova.
Tempo di rinuncia: rinuncia a satana, a
tutto ciò che viene da lui, a tutto ciò che è
fatuo, ingannevole, inconsistente, apparen-
te; a tutto ciò che ferisce l’Amore, che cro-
cifigge l’Amore.
Tempo di preghiera: per respirare la
Sua Presenza, per soddisfare la sete di
acqua viva, per rinnovare la speranza, per
amare l’Amore, per lodare, ringraziare,
benedire Dio ed a Lui offrirsi in Cristo
Gesù.
Tempo di penitenza: per aprirsi alla
misericordia di Dio, per riconoscersi polvere
del suolo
e attendere l’alito che la trasforma
in essere vivente (Gen 2, 7) e partecipe del-
la pienezza di Cristo, che è il capo di ogni
Principato e di ogni Potenza
(Col 2, 10).
Convertirsi, aprirsi a Dio ed al suo
piano per ognuno di noi, perché ciascuno
sia figlio unico del Padre nel Figlio Suo
Gesù e Dio sia tutto in tutti (1 Cor 15, 28).
N.Q.
L’
INVITO DEL
P
APA
PER LA
Q
UARESIMA
:
“Il digiuno ci renda
tabernacolo vivente di Dio”
«Gesù fu condotto dallo Spirito nel
deserto, per essere tentato dal diavolo.
Dopo aver digiunato quaranta giorni e qua-
ranta notti, alla fine ebbe fame» (Mt 4,1-2).
Questa è la scena madre alla quale assi-
stiamo in questo tempo santo, tempo quare-
simale che precede il grande, centrale even-
to della Pasqua; quaranta lunghi giorni che
ci sono offerti come tempo di grazia per
allenarci insieme a Gesù in una specie di
“ritiro”, simile a quello degli atleti prima di
un’importante competizione sportiva, per la
quale serve la forma giusta per affrontare la
gara e vincerla. Nel nostro caso la sfida è
quella contro la morte che sarà sconfitta nei
giorni di Passione, per poi coronare la vitto-
ria con la gloriosa resurrezione di Gesù, che
quest’anno festeggeremo il 12 aprile.
Come di consueto, il Santo Padre affida
ai cristiani un messaggio che li guidi in
questo “intenso allenamento spirituale che
dispone a celebrare meglio la Pasqua e a
fare così esperienza della potenza di Dio
che sconfigge il male, lava le colpe, restitui-
sce l’innocenza ai peccatori, la gioia agli
afflitti. Dissipa l’odio, piega la durezza dei
potenti, promuove la concordia e la pace
”.
I
L
S
ENSO DEL
D
IGIUNO
Quest’anno Benedetto XVI si sofferma
a riflettere sul valore e sul senso del digiu-
no. Noi che siamo da anni alla scuola del-
la Regina della Pace
a Medjugorje molte
volte abbiamo sentito l’invito della Madre:
“Cari figli, oggi vi invito ad iniziare a digiu-
nare con il cuore. Vi sono molte persone che
digiunano, ma fanno questo perché lo fanno
gli altri… Cari figli, digiunate e pregate con
il cuore!” (Mess. 20 settembre 1984).
Chiediamoci con sincerità: riusciamo
a rispondere al suo appello? In molti sia-
mo partiti con entusiasmo, ma poi tra le
mille tentazioni quotidiane ci siamo intiepi-
diti giustificando, qua è là, piccole conces-
sioni al superfluo, che alla fine hanno mes-
so radici nelle nostro cuore, generando del-
le vere e proprie “giungle” di desideri e
passioni che sfuggono al nostro controllo.
Ma noi siamo chiamati a libertà. E
allora si può ripartire con rinnovato slancio.
Per questo la Chiesa ci crea le condizioni
favorevoli per vivere la nostra rinuncia in
comunione con tutti gli altri: “L’unione fa
la forza”, recita un noto proverbio, ma nel
nostro caso si può persino dire “La comu-
nione ti dà forza!”.
“Possiamo domandarci quale valore e
quale senso abbia per noi cristiani il privar-
ci di un qualcosa che sarebbe in se stesso
buono e utile per il nostro sostentamento”,
scrive nel Messaggio il Santo Padre, “le
Sacre Scritture e tutta la tradizione cristiana
insegnano che il digiuno è di grande aiuto
per evitare il peccato e tutto ciò che ad esso
induce. Per questo nella storia della salvez-
za ricorre più volte l’invito a digiunare”.
Ecco allora il primo aiuto nel nostro
proposito: non si deve digiunare perché è
nocivo il cibo ma il peccato che si annida in
noi, anzi è un vero e proprio veleno per tut-
to il nostro essere. E infatti il primo digiu-
no è stato ordinato da Dio per evitare il pri-
mo grande peccato, quello di origine, quan-
do il Signore comandò all’uomo di astener-
si dal consumare il frutto proibito: «… del-
l’albero della conoscenza del bene e del
male non devi mangiare perché, nel giorno
in cui tu ne mangerai, certamente dovrai
morire« (Gn 2,16-17).
“Nel Nuovo Testamento Gesù pone in
luce la ragione profonda del vero digiuno
che è finalizzato a mangiare il “vero
cibo”
, che è fare la volontà del Padre (cfr
Gv 4,34). Se pertanto Adamo disobbedì al
comando del Signore “di non mangiare del
frutto dell’albero della conoscenza del bene
e del male”, con il digiuno il credente inten-
de sottomettersi umilmente a Dio, confidan-
do nella sua bontà e misericordia!”.
La forza del digiuno era nota alla
prima comunità cristiana, e in seguito
anche ai Padri della Chiesa che la riteneva-
no “capace di tenere a freno il peccato,
reprimere le bramosie del ‘vecchio
Adamo’, ed aprire nel cuore del credente la
strada a Dio”.
E oggi? “In una cultura segnata dalla
ricerca del benessere materiale”, scrive il
Pontefice, “la pratica del digiuno pare aver
perso un po’ della sua valenza spirituale e
aver acquistato piuttosto il valore di una
misura terapeutica per la cura del proprio
corpo. Digiunare giova certamente al benes-
sere fisico, ma per i credenti è in primo luo-
go una terapia per curare tutto ciò che impe-
disce loro di conformare se stessi alla volon-
tà di Dio. Con il digiuno e la preghiera per-
mettiamo a Lui di venire a saziare la fame
più profonda che sperimentiamo nel nostro
intimo: la fame e la sete di Dio. A ben vede-
re il digiuno ha come sua ultima finalità di
aiutare ciascuno di noi, come scriveva il
Servo di Dio Papa Giovanni Paolo II°, a fare
di sé dono totale a Dio”.
redazione
Conversione è…
Conversione è “ridiventare” cristiani,
mediante un costante processo di cambia-
mento interiore e di avanzamento nella
conoscenza e nell’amore di Cristo.
Conversione non è mai una volta per
sempre, ma è un processo, un cammino
interiore di tutta la nostra vita.
Convertirsi vuol dire cercare Dio, anda-
re con Dio, seguire docilmente gli insegna-
menti del suo Figlio, di Gesù Cristo.
Convertirsi non è uno sforzo per auto-
realizzare se stessi, perché l’essere umano
non è l’architetto del proprio destino eterno.
Non siamo noi che abbiamo fatto noi stessi.
Convertirsi è realizzare l’invito di
Maestro: «Se qualcuno vuol venire dietro di
me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e
mi segua» (Mc 8,34),
perché la Croce è la
definitiva rivelazione
dell’amore e della
misericordia divina
anche per noi, uomini
e donne di questa
nostra epoca, troppo
spesso distratti da
preoccupazioni e inte-
ressi terreni e momen-
tanei. Dio è amore, e il
suo amore è il segreto
della nostra felicità.
Per entrare però in
questo mistero di amo-
re non c’è altra via se non quella di perderci,
di donarci, la via della Croce.
Conversione è quindi valorizzare mag-
giormente la penitenza e il sacrificio, per
rigettare il peccato e il male e vincere l’e-
goismo e l’indifferenza. La preghiera, il
digiuno e la penitenza, le opere di carità
verso i fratelli diventano così sentieri spiri-
tuali da percorrere per far ritorno a Dio.
Benedetto XVI
Piccoli spunti dall’Udienza Generale del
Mercoledì delle Ceneri
Il Papa agli ammalati:
In Cristo la risposta all’enigma del dolore e della morte
“La vita dell’uomo non è un bene disponibile, ma un prezioso scrigno da custodire e cura-
re con ogni attenzione possibile... La partecipazione alla Santa Messa immerge nel mistero
della morte e della risurrezione di Gesù e ogni celebrazione eucaristica è il memoriale peren-
ne di Cristo crocifisso e risorto, che ha sconfitto il potere del male con l’onnipotenza del suo
amore. È dunque alla ‘scuola’ del Cristo eucaristico che ci è dato di imparare ad amare la vita
sempre e ad accettare la nostra apparente impotenza davanti alla malattia e alla morte e al
dolore che restano, nel loro significato, insondabili per la nostra mente.
Il Vangelo, mostra Gesù che scaccia gli spiriti con la sua parola e guarisce coloro che
sono ammalati” (Mt 8, 16), indicando la strada della conversione e della fede come con-
dizioni per ottenere la guarigione del corpo e dello spirito
. La luce che viene
‘dall’Alto’ ci aiuti a comprendere e a dare senso e valore anche all’esperienza del soffrire
e del morire. Domandiamo alla Madonna di volgere il suo sguardo materno su ogni
ammalato e sulla sua famiglia, per aiutarli a portare con Cristo il peso della croce”.
(Sintesi del Messaggio agli ammalati 2009)
2
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Che emozione incontrare un fiore in
pieno deserto... Un fiore perfetto nella
struttura e nel colore, e forse anche profu-
mato. Che ci fa? Com’è spuntato in quel-
l’arsura così diffusa? E prima di aver trova-
to risposta alle domande, ci sentiremo
ricolmi di pura meraviglia.
Alla vista di un giardino gremito di pur
splendidi fiori non sarebbe la stessa cosa.
Naturalmente la loro indiscussa bellezza ci
conquisterebbe, eppure vederli è del tutto
normale. Quel sottile senso di stupore,
capace di trasfigurare il nostro animo, nasce
invece dal binomio unico e imprevedibile di
deserto e germoglio. Ci lascia attoniti. Per
nascere e crescere, infatti, il fiore ha dovuto
sicuramente sconfiggere molte forze con-
trarie che di solito in un luogo così brullo
costringerebbero il seme a rimanere chiuso
in sé. È solo una volontà tenace a permette-
re quella fioritura. Impossibile al punto che
ci fa restare a bocca aperta.
Anche a noi è data un’occasione per
affrontare la sfida a fiorire facendo prima
terra bruciata da tante condizioni favorevo-
li e benefiche. Ci è dato un tempo propizio
per sperimentare un vero e proprio deserto,
eliminando da noi stessi alcuni elementi
che arricchiscono il giardino della nostra
esistenza ma che non sempre sono essen-
ziali per una vita veramente feconda. Solo
riducendo al minimo i mezzi esterni
potremmo sperimentare la potenza nasco-
sta negli strati più profondi del nostro esse-
re; quell’innata capacità a dar frutto usando
solo le risorse che Dio ci ha messo dentro.
La Quaresima è questo lungo tempo
consegnato a noi come occasione privile-
giata per ridimensionare la sfera delle
nostre esigenze e comprendere che solo di
Lui abbiamo bisogno: di un Padre che per
farci fruttificare ci dona il seme della sua
Parola, l’acqua dello Spirito e il nutrimento
del Corpo di suo Figlio. Sarà poi il manto
di Maria a ripararci quando le avversità
rischierebbero di danneggiare il bocciolo
della nostra vita.
Una cosa ci può aiutare a vivere que-
sta stagione di frugalità. La sobrietà. In tut-
to. Che poi è semplicità, piccolezza, pover-
tà… Saper vivere di piccole o grandi rinun-
ce è un mezzo infallibile per riappropriarci
di noi stessi, per riprendere in mano il domi-
nio di sé e togliere la potestà alle passioni
che spesso, nostro malgrado, governano
dispoticamente le nostre azioni e ci rendono
schiavi. Se poi diventano abitudini, strappar-
ne le radici diventa impresa molto ardua.
Quaranta giorni di esercizio paziente e
attento, nel quale possiamo saggiare la
nostra volontà a diventare uomini spirituali
indebolendo le prepotenze dell’uomo car-
nale, viziato dalle mentalità opulente e con-
sumistiche in cui siamo cresciuti. Tutto può
essere cosa buona, ma solo nella giusta
misura e nelle modalità opportune.
Siamo portati ad accumulare, talvolta
stipando le nostre abitazioni con tante cose
che, alla lunga, rischiano si soffocare gli
ambienti. E, se come affermano gli psicolo-
gi, la casa è simbolo del nostro spazio inti-
mo, allora il peso di questo cumulo prima o
poi si farà sentire anche interiormente.
Facciamo la prova. Cominciamo a
svuotare un cassetto, ad alleggerire un
armadio, a sgomberare un ripostiglio e a
buttare quel mucchio di carta inutile che si
impila qua e là... Avvertiremo un senso di
leggerezza, quasi fosse più facile respirare.
Se poi staniamo quel po’ di polvere dimen-
ticata dietro i mobili e andiamo più a fondo
con lo straccio, ci sembrerà che in casa, ma
anche dentro l’anima, entri più luce. Le
donne di una volta questo lo sanno, e con le
“pulizie di primavera” eliminano la fuliggi-
ne
invernale per far posto alle brezze della
stagione nuova.
Anche le chiese in Quaresima sono
prive di ornamenti, forse qualcuna persi-
no troppo austera; ma vuole essere un
segno che indica la strada verso quel “mini-
mo necessario” che fa bene all’anima, in
contrasto al “massimo consentito” che il
mondo continuamente promuove.
È quindi sapienza antica cominciare
dall’esterno per favorire anche l’interno:
fare ordine per liberare il cuore intasato da
sensazioni e desideri; e poi la mente appe-
santita da memorie, scrupoli, pensieri, ma
anche rumori, suoni, occupazioni… E infi-
ne l’anima, forse ancora incastrata tra le
maglie di peccati ricorrenti e per questo
duri da estirpare.
Nella nostra vita, resa più asciutta
dal digiuno, più vigilante dal sacrificio,
più libera da ingombri inutili, nascerà un
fiore solitario,
unico nella sua bellezza,
perché spuntato lì dove ci sembrerà impos-
sibile. Ci lascerà stupiti ed ammirati perché
dal nulla che siamo noi, Dio susciterà il
bene, il bello, il buono… E ci farà creatu-
re nuove, pronte a consumare con Lui la
Santa Pasqua.
Nel deserto nasce
di Stefania Consoli
l’impossibile
Nella malattia
canto il mio Magnificat
“Il mio “sì” al Signore nella sofferenza,
che mi accompagna fin dalla nascita, anco-
ra oggi mi sorprende, non so come ho fatto
dirlo. È sempre nuovo, e dona sempre cose
nuove in cui sei chiamata ad impegnarti, a
vivere la tua unione con Lui, per amore suo
e dei fratelli. È una cosa che ti invita e ti
attrae, e tu, anche nei tuoi limiti, ma con
totale fiducia in Dio, riaffermi e vivi perché
in fondo devi solo fidarti. È un “sì” che ti
invita a non guardare più a te stessa ma a
tutto ciò che ti circonda e a guardarlo in
quella luce con cui ha potuto fiorire il tuo
“eccomi”.
Chi sono? Una persona sempre scon-
tenta finché non ha trovato il vero scopo
della vita. E il senso sono riuscita a trovar-
lo diversi anni fa, quando ho scoperto un
Opera nella quale la mia malattia è quasi un
privilegio, perché attraverso l’offerta posso
cooperare alla salvezza di tante anime che
hanno bisogno non di denaro, di case o di
beni terreni, ma del tuo andare avanti anche
in mezzo a tante difficoltà. Ricordo quando
andai per la prima volta ad un corso di
Esercizi Spirituali tenuti nella Comunità
dei “Silenziosi Operai della Croce”, tutto
mi sembrava nero attorno a me, non perché
lo fosse veramente, ma perché io non sape-
vo guardare più avanti di me stessa.
Fu la settimana che ruppe la mia visuale
per regalarmene una più bella, più chiara, più
adatta alle mie attese. Fu la settimana della
scoperta che in me c’era una ricchezza a cui
non avevo mai dato peso: Dio che mi chia-
mava ad offrire la mia malattia. Ricordo
che fu come rinascere trovarmi nel mondo
della gioia anche con la mia sofferenza.
Rinnovo ogni anno il mio “sì”, che il
Signore sempre cambia rinnovandolo con il
suo amore. Anche quando devo portare la
Croce insieme a Lui, anche lì deve esserci il
mio “sì”. In fondo la Croce cos’è? È qual-
cosa di doloroso, senza dubbio, ma ti stacca
dal mondo che non ti appartiene e ti unisce
a Colui che un giorno ti ha attratto perché è
Amore vero, e attraverso di te vuole arriva-
re a chi ti sta attorno. È così che la vita stes-
sa, quando è offerta, diventa apostolato”.
Sorella Nazarena Cimarelli
*
I Silenziosi Operai della Croce
vivono la loro consacrazione attraverso una
forte spiritualità mariana, totalmente dedi-
cati al servizio dei sofferenti, al fine di col-
laborare alla loro promozione integrale,
con l’obiettivo di mettere al centro il valo-
re della persona attivandone ogni potenzia-
lità e sostenendola nella ricerca di senso del
mistero dell’umano soffrire.
Accanto a questa Comunità, il fondato-
re, Mons. Luigi Novarese, ha dato vita
anche ad altre, tra cui il Centro Volontari
della Sofferenza
, che nasce prima di tutto
come risposta concreta al dramma della
sofferenza umana che molto spesso condu-
ce l’uomo ad allontanarsi dal suo Creatore.
Il Centro vede nella sofferenza offerta dal
malato una partecipazione al mistero
pasquale di Cristo
che lo rende apostolo e
perciò primizia e profezia per la valorizza-
zione di ogni forma di sofferenza presente
nella vita dell’uomo. Tutto questo in uno
spirito di profonda adesione alle richieste
di preghiera e di penitenza proprie della
spiritualità mariana di Lourdes e di Fatima.
Ai piedi della croce, l’apostolato del
CVS riconosce quindi la propria identità,
guardando al mondo della sofferenza come
alla “terra” della propria missione e propo-
nendo ad ogni uomo una scelta di vita aper-
ta alla salvezza.
3
Eco 204
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L’Eucaristia pulserà
nel cuore di Gerusalemme
Nella terra che lo ha visto nascere, cre-
scere, predicare, e più precisamente nella
città che ha assistito alla sua offerta sacer-
dotale - culminata sul Calvario per poi sfo-
ciare nella gloriosa resurrezione - Gesù
torna in vesti eucaristiche
in modo anco-
ra più stabile e visibile. Lo farà il 24 mar-
zo, alla vigilia dell’Annunciazione, giorno
in cui a Gerusalemme si darà inizio in
modo solenne all’Adorazione Perpetua
del Santissimo Sacramento
.
È particolarmente significativo il luogo
destinato a questo scopo: una cappellina
posta presso la Quarta Stazione della Via
Crucis, punto in cui per tradizione il Cristo
carico della croce incontrò lo sguardo affet-
tuoso di Sua Madre, poiché è stata proprio
Lei ad ispirare questa iniziativa, Maria, che
a Medjugorje da anni continua a ripetere:
“Adorate il mio Figlio nel SS. Sacramento,
innamoratevi del Santissimo sull’altare,
perché quando adorate il mio Figlio siete
uniti con il mondo intero”
(mess. 25 set-
tembre 1995).
Ce lo riferisce Piotr Ciolkiewicz, il
giovane laico polacco, promotore di questo
importante progetto in via di realizzazione:
“Due anni fa circa mi trovavo a
Medjugorje per un pellegrinaggio, e mentre
ero in preghiera nella cappellina dell’ado-
razione mi venne in mente un pensiero:
portare questa pratica nella terra di Gesù.
Poi in occasione di un viaggio a
Gerusalemme incontrai un frate francesca-
no conventuale, p. Kazimierz Frankie-
wicz
, che abitualmente svolge la pastorale
nella Basilica della Risurrezione, e con lui
nacque l’idea di organizzare un movimento
di adorazione perpetua”.
Da questo incontro scaturì la
“Comunità Regina della Pace”, un’associa-
zione di cui Piotr è il presidente e che si
prefigge di creare una catena di cuori che
abbracci tutta la Terra attraverso la preghie-
ra di adorazione per riportare la pace in
Terra Santa
e nel resto del pianeta.
“Il suo scopo essenziale è la diffusione
del culto Eucaristico. I membri sono invi-
tati a promuovere ogni attività per la pace e
per la riconciliazione tra gli uomini”, rac-
conta Piotr, e poi aggiunge: “Desidero in
particolare fare notare che l’Associazione
porta il nome della Regina della Pace, per-
ché contiene un messaggio importante:
affidandosi a Maria vogliamo con Lei ado-
rare il Cristo, il Principe della Pace”.
Viene naturale, allora, l’accostamento
tra Medjugorje, dove Maria fin dall’inizio
delle apparizioni non fa altro che ripetere
questo invito, e Gerusalemme
Yerushalaim, la “Città della Pace” – conti-
nuamente lacerata da un pluriennale con-
flitto nel delicato tessuto della pace.
Ma perché stupisce questa iniziativa?
Perché, in qualche modo, costituisce una
novità per la Terra Santa. Infatti, la pratica
dell’adorazione eucaristica nasce in Europa,
con San Basilio Magno (IV sec.) e si conso-
lida in maniera più stabile in Francia all’ini-
zio del XIII sec. Anche Negli Stati Uniti
questo tipo di preghiera ebbe larghi consen-
si, tanto che le Sorelle Francescane
dell’Adorazione Perpetua continuano a pre-
gare senza interruzione dal 1º agosto del
1878. E tuttavia, proprio lì dove il Figlio di
Dio si è fatto corpo, l’Adorazione
Eucaristica non è consueta perché la presen-
za del Signore si venera soprattutto attraver-
so il culto dei luoghi santi.
Ma perché il progetto fosse veramente
completo, c’era bisogno di un ostensorio
che desse all’iniziativa l’importanza che
merita. È stato l’esarca della Chiesa catto-
lica degli Armeni, Mons. Raphael
Minassian
ad ispirare l’idea di realizzare
una pala d’altare a forma di trittico che
contenesse l’ostensorio. E così, esattamen-
te un anno fa, il progetto totale ottenne la
piena approvazione dei patriarchi.
L
A
G
ERUSALEMME
C
ELESTE
È questo il nome dell’opera realizzata
dall’artista polacco, Mariusz Drapikow-
ski
, noto soprattutto per l’esecuzione del
vestito d’ambra-brillante per l’Immagine
Miracolosa di Madre di Dio nel Santuario
di Czestochowa a Jasna Góra; un dono
votivo in ringraziamento per la vita e il
pontificato di Giovanni Paolo II.
Il passaggio…
Vale la pena soffermarsi un po’ più a
lungo nella descrizione di quest’opera, che
ci conduce in un passaggio simbolico dalla
Vecchia alla Nuova Alleanza attraverso un
portone. Visto esternamente, infatti, il tritti-
co sembra un grande armadio di bronzo,
con delle figure in rilievo che illustrano la
Gerusalemme Terrena. Al centro, il Cristo
Crocefisso ed al suo fianco Giovanni Paolo
II nell’atto di celebrare l’Eucaristia - il
Sacrificio che è
anche promes-
sa di vita eter-
na. In alto, la
Parusia di
Cristo Sommo
Sacerdote, la
sua seconda
venuta.
«Io sono la porta: se uno entra attraver-
so di me, sarà salvo». È compiendo il pas-
saggio che si accede all’Agnello Immolato,
posto al centro - sul libro dai sette sigilli
ormai aperti - in mezzo a quattro scie di
ghiaccioli di cristallo: «L’Angelo mi
mostrò poi un fiume di acqua viva limpida
come cristallo, che scaturiva dal trono di
Dio e dall’Agnello» (Ap 22,1).
La Luce e i testimoni
Aprendo il trittico compiamo il nostro
passaggio attraverso Cristo-Porta ed
entriamo nella Gerusalemme Celeste.
Subito si rivela l’atmosfera della Terra
Nuova, del Cielo Nuovo, illuminata inter-
namente da una sorgente di luce – elemen-
to importante nella visione di San
Giovanni.
Sulle ali del trittico aperto i Due
Testimoni simboleggiati da due olivi e due
lampade
ricordano la vocazione ed il com-
pito di tutti i cristiani di dare una testimo-
nianza leggibile e veritiera del proprio cre-
do, vale a dire confessare fermamente la
fede in Cristo di fronte al mondo. Il rifiuto
di una tale testimonianza diventerà uno dei
motivi del giudizio finale sul mondo. La
sorte dei testimoni è simile al destino del
loro Signore, perché sono il segno di con-
traddizione e compiono il sacrificio della
vita, ma ricevono da Dio una vita nuova e
la partecipazione alla Sua gloria
.
La Donna vestita di… ambra
Nella parte centrale del trittico infine c’è
l’ostensorio. La sua forma richiama l’aspet-
to della Donna che tiene nel suo abbraccio
il Cristo Eucaristico.
La Donna – Maria, è la Madre del
Redentore e del
Popolo di Dio di
tutti i tempi; ma
è anche il simbo-
lo della Chiesa
che nello spazio
della storia, tra
grandi dolori,
partorisce sem-
pre di nuovo il
Cristo.
La Donna soffe-
rente - la Chiesa
perseguitata -
appare come una
magnifica Sposa
in mezzo al cal-
do riflesso del-
l’ambra che la
circonda.
Maria è l’annunzio della Nuova
Gerusalemme dove non ci sono più né
lacrime né pianto, la Gerusalemme che for-
ma la visione del nuovo mondo trasfigurato,
illuminato dalla gloria di Dio: «La città non
ha bisogno della luce del sole, né della luce
della luna perché la gloria di Dio la illumina
e la sua lampada è l’Agnello» (Ap 21,23).
San Giovanni alla fine del suo libro ha
espresso il suo desiderio ultimo e la sua
attesa: Vieni, Signore Gesù! (Ap 22, 20).
Anche noi vogliamo riprendere la preghie-
ra del “veggente di Patmos” che insieme al
cristianesimo nascente gridava: Vieni,
Signore Gesù! Vieni e trasforma il mondo!
Vieni oggi e vinci con la pace!
Benedetto... dal Papa Benedetto
Ormai tutto è pronto a partire, siamo
quasi alla vigilia dell’inaugurazione di que-
sto nuovo “luogo santo” a Gerusalemme,
un punto che speriamo attirerà tutti i pelle-
grini che percorrendo la via dolorosa, vor-
ranno incontrare il volto del Re della Pace,
che sarà esposto giorno e notte. Ma nel suo
viaggio verso la Terra del Santo, il trittico
ha fatto tappa a Roma per ricevere la
benedizione del Santo Padre. Lo hanno
accompagnato tutti i membri dell’Asso-
ciazione, insieme agli organizzatori, ai
vescovi delle loro città. Un momento di
grazia che abbiamo potuto vivere anche noi
dell’Eco, in nome della “Regina della
Pace”.
redazione
4
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Succede a Medjugorje
...
La Madonna
non appaia in pubblico!
Il Vescovo di Mostar ha chiesto che le
apparizioni del 2 del mese non avvengano
più in pubblico.
Sappiamo che finora la
Comunità del Cenacolo ospitava la veggen-
te e un grandissimo numero di persone si
riuniva sin dalle prime luci dell’alba per
accompagnare con la preghiera quel
momento di grazia. Uniamoci spiritual-
mente a Mirjana che ogni due del mese
riceverà l’apparizione della Vergine a casa
sua insieme ai suoi familiari.
Messaggio a Mirjana del 2 febbraio 2009
Cari figli, oggi con cuore materno
desidero ricordarvi o attirare la vostra
attenzione sull’immenso amore di Dio e
della pazienza che scaturisce da esso. Il
vostro Padre mi manda e aspetta. Aspetta i
vostri cuori aperti pronti per le sue opere.
Aspetta i vostri cuori uniti nell’amore cri-
stiano e nella misericordia nello spirito di
mio Figlio. Non perdete tempo, figli, perché
non ne siete padroni. Vi ringrazio
”.
2 marzo 2009
“Cari figli! Sono qui in mezzo a voi.
Guardo nei vostri cuori feriti e inquieti. Vi
siete persi, figli miei. Le vostre ferite del
peccato diventano sempre più grandi e
sempre di più vi allontanano dall'autentica
verità. Cercate la speranza e la consolazio-
ne nei posti sbagliati, invece io vi offro la
sincera devozione che si nutre di amore, di
sacrificio e di verità. Io vi do mio Figlio”.
Un anno sabbatico
per Padre Jozo Zovko
Siroki Brijeg, 9 febbraio 2009
“Con la presente desideriamo informar-
vi che, per ragioni di salute, di riposo e di
convalescenza e l’inizio dei lavori edili sul-
l’isola di Badija (Croazia), Padre Jozo
Zovko ha chiesto ai suoi superiori di dimo-
rare fuori dalla sua Provincia, che è stato
approvato dall’amministrazione della
Provincia. Per le ragioni suesposte vengono
disdetti tutti i programmi previsti per l’an-
no in corso. Preghiamo tutti i nostri coordi-
natori e collaboratori, gli organizzatori dei
pellegrinaggi a Medjugorje, gli organizza-
tori degli incontri di preghiera e anche a
tutti i centri di Medjugorje ed i pellegrini di
prendere in considerazione tutto quanto
detto e di non programmare o chiedere
incontri con Padre Jozo in questo periodo.
Ringraziamo per la vostra comprensione.
(
per il Padre Jozo) Vesna Cuzic- International
God-Parenthood for the Herceg-Bosnian Child
Scrive a proposito
suor Emmanuel:
“Quando il Signore permette che si crei
un vuoto, un buco, un’assenza dolorosa,
Lui sa il motivo ed ha il Suo piano. La
richiesta ad Abramo di rinunciare a suo
figlio Isacco, era per diventare ancora più
fecondo, ma bisognava che lui passasse
attraverso questa apparente distruzione del-
la promessa di Dio. Quando San Giuseppe
credette di dover rinunciare a sposare
Maria, era per ritrovarLa ancora di più, ma
doveva attraversare quest’agonia per allar-
gare il suo cuore. Quando ...
Se l’assenza di Padre Jozo è una doloro-
sa rinuncia per i pellegrini e per ognuno di
noi qui, tuttavia dobbiamo accogliere il fat-
to positivamente, non come un disastro ma
come un dono di cui Dio si servirà per un
bene maggiore. Può darsi che questo cam-
biamento di ritmo gli permetta di afferrare
degli altri aspetti del piano di Maria per
Medjugorje e trasmetterli in un secondo
momento. Siamo sicuri di non sbagliarci
accogliendo questa prova con fiducia e con
riconoscenza, perché questo permetterà a
Dio di trarne tutto il suo frutto nel tempo e
nell’eternità”.
("Enfants de Medjugorje" - www.enfantsdemedjugorje.com)
L'ASSOCIAZIONE MIR I DOBRO
conferma la giornata di preghiera
nonostante l’assenza di p. Jozo:
domenica 29 marzo 2009
al Palasharp di Milano - Via S. Elia 33
Sarà presente il veggente Ivan
Incontro di preghiera
con PADRE PETAR LJUBICIC
e il veggente Jakov Colo
Palazzetto dello Sport
CASALE MONFERRATO
Sabato 9 maggio 2009 - Ore 15.00
Per info: Maria Giuseppina tel. 3394858055
A Medjugorje
per imparare a digiunare
È una scuola infallibile quella di Maria a
Medjugorje per chi desidera mettere in pra-
tica gli inviti più ricorrenti nei suoi messag-
gi: la preghiera e il digiuno. A questo sco-
po si organizzano annualmente dei Seminari
in diverse lingue per vivere in modo più pro-
fondo e consapevole queste richieste della
Regina della Pace (Casa Domus Pacis - per
la data destinata alle diverse nazionalità con-
sultare il sito ufficiale della Parrocchia
http://medjugorje.hr.nt4.ims.hr/).
Racconta Anna Fasano, organizzatrice
del Seminario per gli italiani: “Ogni anno
abbiamo occasione di vivere un ritiro a
Medjugorje caratterizzato da una potente
azione di grazia che lava e purifica i senti-
menti disordinati, nascosti nelle pieghe più
intime del nostro cuore. Spesso questi sen-
timenti velano la nostra anima: gelosie spi-
rituali, protagonismo, vanagloria… ucci-
dendo la carità in noi e nel cuore dei fratel-
li. Se si riesce a lasciare alle spalle tutto
questo e ad entrare nel ritiro con apertura e
disponibilità, l’amore puro cadrà come
rugiada nei nostri cuori: Gesù lo riverserà
abbondantemente in noi, tanto che sarà ine-
vitabile donarlo anche agli altri. Possiamo
fare tanti pellegrinaggi, incontri, raduni, ma
spesso rimangono solo delle belle e com-
moventi esperienze, non producono amore!
Solamente Gesù nell’Eucaristia si rivela al
nostro intimo; rivela il suo Volto e la Verità
irradiata dalla potenza del suo amore.
Egli vuole fare dei nostri cuori degli
altari dove brucia l’incenso della pre-
ghiera e del silenzio adorante dell’amore
offerto
. Questo amore offerto è come la
neve che imbianca, copre tutto e riflette solo
la luce. Questa luce dei cuori sale a Dio.
Questa è la Medjugorje di Maria Regina
della Pace. Dobbiamo essere testimoni del-
l’amore, vivere la carità per donare gioia
agli altri… essere gioia dove c’è tristezza,
essere verità e giustizia. L’inquinamento
della carità è la critica; siamo tutti pronti a
criticare e meno ad amare ed insegnare ad
amare. L’amore è la forza del cuore umano,
è il Volto di Dio in noi e, attraverso di noi,
splende sulla terra. Se lasciamo spegnere
l’amore in noi, cosa sarà?
Le parole non convincono più, bisogna
vivere i messaggi che la Madre consiglia.
Il silenzio spesso è più illuminante della
parola e nel lungo silenzio nasce la vera
parola, ci porta alla contemplazione della
Parola di Dio e alla liberazione degli idoli.
Se il cuore è bombardato da idoli allora la
lingua parla, parla, parla, ma, se nel cuore
c’è l’amore di Gesù, allora prevale il silenzio
e lo stupore delle meraviglie di Dio. È nel
silenzio che lo Spirito Santo ci dona l’aleg-
giare del Suo canto! Se c’è troppa esultanza
non è preghiera cristiana. Dio compie cose
grandi nella semplicità, nella piccolezza.
Il silenzio è rinuncia alla parola per
diventare grido nel deserto, canto, poe-
sia, liturgia, estasi
; è custode della Parola
di Dio e luogo privilegiato delle nozze divi-
ne. Chi fa esperienza di Gesù-Eucaristia
vuole lasciarsi evangelizzare da Lui nel
silenzio, vuole lasciarsi trascinare dalla sua
scia di luce per non corrompersi nell’abitu-
dine del male quotidiano.
In questo ritiro siamo chiamati “faccia a
faccia” con il grande Mistero Eucaristico:
Gesù velato in un Pezzo di Pane ci spinge
ad approfondire questo grande Mistero e a
consolidare la nostra unione con Lui, per
vederlo ed amarlo più chiaramente.
La preghiera Eucaristica, digiunando
nel silenzio in ascolto della Parola, è mol-
to potente
e ci rafforza nella fede, perchè
vicino a Lui si diventa fortezza, roccia…
«Se vi diranno che sono qui o là, non anda-
te, perchè sarà il vostro amore che mi atti-
rerà ed io verrò da voi ». Gesù ci invita ad
uscire dal nostro carcere, a mettere la mano
nella Sua per condurci lì dove Egli và.
Prepariamo con il digiuno l’aurora
della Sua venuta, perchè la nostra nullità
offerta, possa essere incenso purificatore
per noi e per gli altri e ci renda testimoni
della verità e della luce del Risorto.
Grazie Madre che intercedi costante-
mente affinché possiamo amare Gesù
nell’Eucaristia. Tu che sei tabernacolo
vivente
, trasformaci in altari dove brucia
incenso d’amore per la venuta di Gesù.
Vieni presto Signore ad instaurare il tuo
regno in tutti i cuori. Per sempre.
Anna
Per gli ITALIANI il Seminario
di silenzio, preghiera e digiuno
sarà guidato da padre Danko Perutina
dal 19 al 26 aprile 2009
nella Domus Pacis
Info: Anna Fasano
cell. 335 5780090
email liveloveuniversal@libero.it
5
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Le poesie dell’anima:
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IAGGIO NEL
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ONDO DEI
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ALLA
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ICERCA DI
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Risuonano nel cuore della Chiesa in tut-
te le lingue, cantati in gregoriano, recitati a
cori alterni o appena sussurrati, per dare
ogni giorno lode a Dio. È bello allora
potersi avventurare un po’ nel mondo dei
Salmi per comprenderne l’origine e seguire
le loro tracce nella storia e soprattutto nel-
l’anima di chi li prega.
Delle vere e proprie poesie. Oltre che
nel cosiddetto salterio, i Salmi trovano
posto anche in diversi libri biblici. Questo
ci fa capire che la preghiera di lode, di sup-
plica e di proclamazione occupava un posto
importante tra gli eroi della storia, nella
parola dei profeti e nella riflessione dei
saggi. La vera preghiera salmica esprime
più che altro l’accoglienza della presenza
meravigliosa di Dio che salva il suo popo-
lo, che vuole salvarlo, e che può salvarlo se
il fedele lo prega. I Salmi sono, dunque, un
appello a Dio compiuto da uomini diversi,
in diverse situazioni storiche, ma sono
anche la risposta di Dio all’uomo, o meglio
la sua rivelazione attraverso la preghiera.
Il vecchio israelita ritmava la sua vita
con la preghiera che lo impegnava tre volte
al giorno: «A sera, all’alba e mezzogiorno
io piango e sospiro; Egli ascolta la mia
voce» (sal 55,18). Il Dio di Israele era un
Dio lontano nella sua santità ma vicino nel-
la sua misericordia, un Dio sempre presen-
te, ogni giorno.
I gemiti segreti consegnati al Tempio
I Salmi raccoglievano le suppliche dei
singoli e offrivano ad ognuno una forma
comune di linguaggio e di profonda teolo-
gia. A quel tempo le preghiere personali
venivano portate al Tempio e consegnate al
sacerdote, il quale le vagliava e le conser-
vava. Ma qualcuna veniva utilizzata nella
liturgia accanto alle altre. Così è nato, nel
tempo, il testo liturgico d’Israele.
Il salterio forma un vasto continente di
150 componimenti poetici, i Salmi per
l’appunto. Attualmente esso è diviso in cin-
que libri, come cinque sono anche i libri
del Pentateuco. Si può dire, perciò, che al
Pentateuco storico (la Torah) si giustappo-
neva il pentateuco orante del salterio, una
risposta benedicente e benedetta dell’uomo
al Dio liberatore.
Verso un’esplosione di gioia
Vale la pena dare uno sguardo ai temi
che diversificano questi cinque gruppi. Il
primo libro (1- 41) è dedicato ai Salmi che
narrano il confronto tra il giusto credente e
l’empio. Nel secondo (42-72) i Salmi
descrivono il desiderio di Dio posto nel
cuore dell’israelita in esilio. Il terzo (73-
89) è un libro cosiddetto cuscinetto: insiste
sul culto e medita sul passato e, nello stes-
so tempo, esprime l’attesa degli ultimi tem-
pi. Il quarto libro (90 -106) è la celebrazio-
ne della potenza del Signore, Pastore del
suo popolo. E infine il quinto (107-150) è il
libro della lode che il credente esprime
dopo aver raggiunto la cima della monta-
gna di Dio; in definitiva è il libro dell’e-
splosione della gioia nei confronti del
Signore, a conclusione dell’intero salterio
che rivela come ogni cosa deve lodare e
riconoscere Dio.
Profeti, sacerdoti, re, semplici credenti...
Il salterio raduna brani scritti in un perio-
do di almeno sei secoli, classificabili in
generi letterari molto diversi. Alla sua for-
mazione hanno contribuito tutti gli ambienti
dell’ebraismo, composti da profeti, sacerdo-
ti, re, sapienti, semplici credenti, poeti e
scrittori d’Israele, per cui non è una compo-
sizione nata a tavolino e fissata in forma
immobile. Il salterio nella liturgia ebraica
era infatti utilizzato, ricopiato e ripetuto
all’infinito, per questo è arrivato a noi come
un’opera antica e ricca di emozioni umane e
di fede autentica. Ciò nonostante il salterio
trova una sua unità in determinati punti chia-
ve, ossia in alcuni temi che ci aiutano a leg-
gerlo secondo la mentalità ebraica.
Senza dubbio il tema principale è quel-
lo dell’amore di Dio, che comprende anche
la fedeltà, la misericordia, la grazia. Il
secondo è la torah, la legge, che è l’inse-
gnamento di Dio, la verità rivelata a Israele.
Ma la torah è soprattutto il dono di Dio al
suo popolo, è la Sua presenza, è la Parola
creatrice. Poi c’è il tema del nemico, del-
l’avversario, un personaggio in scena sin
dall’inizio, come forza negativa e caotica
che resiste alla parola ordinatrice di Dio.
Solo se teniamo presenti queste tre real-
tà che emergono nei Salmi, possiamo capi-
re tutta la dinamica della preghiera e della
fede dei salmisti, e scoprire l’unità del sal-
terio che non si vedrebbe con una lettura
superficiale del testo.
La preghiera cristiana per eccellenza
Dopo aver visto la varietà e la ricchezza
dei Salmi, sarebbe doveroso guardarli
anche nel loro rapporto con e nella cristia-
nità. La Chiesa fin dalle sue origini ha fat-
to del salterio il suo libro di preghiera, l’ha
consegnato alle comunità di ogni lingua e
popolo. I Salmi, quindi, costituiscono la
preghiera cristiana per eccellenza, sebbene
rimangano un patrimonio condiviso con i
fratelli ebrei.
Ma cosa rende così autenticamente
“cristiana” questa preghiera? Il semplice
fatto che i Salmi erano la preghiera di
Gesù Cristo!
Gesù lasciava uscire “il gri-
do”
verso il Padre dal suo profondo di cre-
dente, usando i Salmi con grande libertà,
mentre essi rischiaravano la sua missione.
Attenzione, però, i Salmi non erano la
preghiera di Gesù in quanto pio ebreo, ma
perché Egli era il Cristo, il Messia incarica-
to di donarci l’accesso presso il Padre attra-
verso la preghiera.
Gesù dona all’attesa espressa nei Salmi
il suo fine, il suo culmine. Se il salmista
chiedeva a Dio di mandargli la luce e la veri-
tà, in Cristo noi abbiamo colui che è questa
Luce e questa Verità, colui che cammina e
guida verso la dimora del Padre. I Salmi,
quindi, passano dalla sinagoga alla chiesa,
diventando così la “Preghiera delle ore”
quotidiana e, visto che nel battesimo siamo
diventati “una cosa sola con Cristo”, anche
la preghiera di Cristo e diventata la nostra.
La lettura e preghiera dei salmi oggi?
I Salmi si devono adattare al tempo, alla
cultura. Toglierli non conviene, perché i
Salmi portano sempre una novità in sé che
stupisce e nutre l’uomo. Bisogna solo evitare
il formalismo e una lettura meccanica dei
Salmi, in modo da vivere ogni volta la ricer-
ca di Dio che è propria di questo tipo di pre-
ghiera. “Essendo una teologia della preghie-
ra, i Salmi sono soprattutto un’implicita
riflessione sull’incontro con Dio”, quindi
essi sono un dialogo vivo con il Signore. In
conclusione, nei Salmi si incontra un Dio di
cui si sperimenta l’amore, la fedeltà, la fidu-
cia, l’intimità. Attraverso l’esperienza empa-
tica
permessa dai Salmi, Dio si fa conoscere,
in modo sponsale, dal suo Popolo, dalla
Chiesa e da ogni singolo orante:
“O Dio, tu sei il mio Dio,
all’aurora ti cerco,
di te ha sete l’anima mia,
a te anela la mia carne,
come terra deserta, arida, senz’acqua.
Così nel santuario ti ho cercato,
per contemplare
la tua potenza e la tua gloria.
Poiché la tua grazia vale più della vita,
le mie labbra diranno la tua lode”
(sal 63).
Cercare Dio non significa possederlo,
per noi la vita ha senso se cerchiamo Dio.
E il luogo privilegiato è la preghiera.
Pietro Di Mattia
Le mani tese: domandare
«Domandate e vi sarà dato; cercate e trove-
rete; bussate e vi sarà aperto» (Mt 7,7).
«Tutto ciò che domandate nella preghiera,
abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà
accordato» (Mc 11,24).
La preghiera
di domanda,
seppur spesso
usata ed abu-
sata, è pur
sempre legit-
tima, autoriz-
zata personal-
mente dal
Maestro di
Nazareth con
la garanzia di
accoglienza e
consenso se ogni richiesta a Dio Padre ha
l’accompagnamento della mediazione del
Figlio. Qualunque domanda di beni mate-
riali e spirituali può essere presentata, aven-
do cura di armonizzarla con i progetti trini-
tari, sulla linea del principio fondamentale
codificato nel Padre Nostro: “sia fatta la tua
volontà”. La mia domanda è buona se non
intendo, né presumo, piegare Dio alle mie
vedute (cosa del resto impossibile!) ma sen-
to di doverlo fare perché quanto chiedo mi
sembra necessario o molto importante.
“Domandare” sembra facile… in realtà
nessuna preghiera è facile, perché non basta
aprir bocca e ritenere “preghiera” una serie
di richieste. Infatti ogni preghiera è un atto
che va al di là delle capacità naturali.
Suppone la fede, nasce dalla speranza,
manifesta l’amore di fiducia in Dio. È un
atto teologale supportato dallo Spirito
Santo, animatore di ogni iniziativa cristiana.
Tutto ciò non va mai perso di vista, spe-
cialmente nel tipo di preghiera in cui tendia-
A
SCUOLA DI
P
REGHIERA
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don Tonino Bello scriveva:
Santa Maria, donna feriale
,
aiutaci a comprendere
che il capitolo più fecondo della teologia
non è quello che ti pone all’interno
della Bibbia o della patristica,
della spiritualità o della liturgia,
dei dogmi o dell’arte.
Ma è quello che ti colloca
all’interno della casa di Nazaret,
dove tra pentole e telai,
tra lacrime e preghiere,
tra gomitoli di lana
e rotoli della Scrittura,
hai sperimentato, in tutto lo spessore
della tua naturale femminilità,
gioie senza malizia,
amarezze senza disperazioni,
partenze senza ritorni.
mo la mano per chiedere. Può essere facil-
mente distorto e isolato dal contesto genera-
le dei rapporti con Dio. Se intervisto l’uomo
della strada, novantanove volte su cento mi
risponde che “pregare” significa “domanda-
re” qualcosa che solo Dio – se esiste – può
concedere. Facile è dunque il rischio di tra-
sformare la domanda in pretesa.
Pretesa, non preghiera! Spesso con
l’aggravante per cui, in caso di non-rispo-
sta, non-esaudimento, l’uomo della strada
si conferma nella sua falsa convinzione che
è inutile perdere tempo in preghiera, perché
“tanto non cambia niente!”. Che triste con-
clusione!.
Mi viene in mente la tecnica del cero
votivo. Nell’accenderlo c’è chi ritiene di
stipulare un contratto bilaterale con Dio (o
con la Madonna o qualche Santo): io pago,
tu mi devi dare il corrispettivo. Vista così,
l’antica tradizione devozionale della cande-
la accesa stravolge l’intuizione originale
del gesto. La fiamma che va gradualmente
e silenziosamente estinguendosi, è il segno
sostitutivo della mia presenza, della mia
invocazione orante, della mia disponibilità
ad accettare il responso divino. Ma l’uomo
della strada non lo sa. Il più delle volte
assume l’aspetto di una delega frettolosa
(ho tante cose da fare… non ho tempo per
trattenermi”). Così spera che quel cero
acceso eserciti una pressione continuativa
per indurre Dio ad esaudire la richiesta.
Forse, invece, si dovrebbe dire prima di
allontanarsi: “Signore, non posso proprio
trattenermi ma lascio qui il mio cuore…
accogli questa fiamma come mia presenza
simbolica, come atto di fiducia in te, poi fa’
pure come credi opportuno!”.
Anche nell’ambito della preghiera di
domanda risuona l’invito sicuro a cercare,
bussare, chiedere. Gesù mette addirittura in
gioco la reputazione del Padre Celeste.
Lascia intendere che l’infallibile sapienza
divina ha stabilito un vero rapporto tra
domanda e concessione del beneficio.
Quando chiedo ciò che, in retta coscienza,
ritengo necessario o molto utile ai fini della
mia sopravvivenza eterna, è certo che mi
verrà accordato.
(da: “Instancabilmente” di Lorenzo Netto)
3. Continua
Dono di libertà
Gesù è venuto in terra non per portarci obblighi ed imposizioni, ma per offrici libertà.
Se capissimo pienamente l’importanza di questo dono, forse, ringrazieremmo con gioia
sempre il nostro Signore. Anche quando Gesù ha detto: «Vi do un comandamento nuovo:
che vi amiate gli uni gli altri come Io ho amato vo
i» non ha dato una nuova prescrizione
da aggiungere alle tante altre che il popolo ebreo doveva rispettare, ma ha offerto un dono
di libertà, ormai completamente perduto. Il dono, cioè, di poter amare i nemici e quelli che
ci odiano
, invece di essere costretti, come prima, ad odiarli. Il dono di porgere la guancia
a chi ti percuote sull’altra,
invece di ricambiare occhio per occhio e dente per dente.
Quindi con questo comandamento non ci ha imposto tanto un obbligo, quanto ci ha offer-
to una possibilità: di amare tutti, come ha fatto Lui.
Quale grande dono, da non sottovalutare! Quanto sia grande il dono di libertà a noi
offerto ce lo dice il prezzo pagato: la vita di Gesù, la vita di un Dio. Accogliamo, allora,
il dono, e ringraziamo sempre, senza mai lamentarci, perché Lui ci ha fatti suoi amici, e
non più amici del diavolo che sono incapaci di amare perché costretti ad odiare.
Con il dono di libertà, Gesù non ha abolito l’antica legge, ma l’ha resa nuova, e con lei
ha reso nuovi noi e tutto il creato. Ci ha donato occhi nuovi per contemplare liberamente il
creato con gli occhi di Dio. E così all’uomo è stato data la capacità di vedere il “cielo” già
da questa terra. Maria è la creatura nuova che ha visto e vede in modo nuovo tutte le cose
perché le contempla e le ama con il cuore di Dio. Impariamo, allora, da Lei, affidiamoci a
Lei perché questi sembrano i tempi in cui Lei conduce per mano i suoi figli in modo parti-
colare per insegnare loro a vedere con occhi nuovi. Forse questi sono i tempi in cui Maria
vuole toglierci ogni paura e farci capire quanto è bello amare tutti, proprio tutti, con l’amo-
re di Dio. Forse questi sono i tempi in cui Maria vuole farci vedere le meraviglie che il
Padre ha compiuto e continua a compiere in noi e negli altri, per la gioia di molti.
Luci… di misericordia
Solo con sentimenti di misericordia può essere allontanato il male dalla nostra vita e
da quella degli altri. Solo con sentimenti di misericordia può essere vinto il peccato nel
mondo. Per questo non si può vincere l’odio con l’odio, la violenza con la violenza, l’or-
goglio con l’orgoglio, perché questo modo di fare non è accompagnato dalla misericordia,
non contiene la misericordia.
Gesù ci ha dato l’esempio: Lui ha vinto il peccato ed ogni forma di male con la mise-
ricordia, non con altro. Sappiamo che la misericordia è una cosa sola con l’Amore. Anche
Maria opera sempre con misericordia. Solo così può fare il nostro bene.
Nella stupenda preghiera della “Salve Regina” la chiesa invoca Maria come “ Madre
di Misericordia” da cui discende “vita, dolcezza e speranza nostra”, cioè dalla sua mise-
ricordia derivano tutti gli altri doni. Anche il nostro fare, parlare, scrivere, solo se è espres-
sione di misericordia, è un bene che dura per sempre, perché diventa eterno come la mise-
ricordia, come l’Amore. La nostra vita è sempre un perdere: lo sa chi è avanti negli anni
perché non ha più la salute, le forze, la bellezza fisica di un tempo, ma pure il giovane lo
può sperimentare perché, ogni giorno, tutti si imbattono in situazioni di dolore, piccolo o
grande che sia, che costituiscono sempre una perdita. Anche un raffreddore od una sem-
plice influenza sono motivi di dolore e quindi di perdita. Anche una piccola mancanza di
amore è una perdita. Ma ogni nostra perdita, se accompagnata da misericordia, diventa
come una lampada che illumina il nostro cammino e quello degli altri. Tale luce è impor-
tante per la vita perché questa si presenta sempre come un camminare di notte, in cui la
luce è indispensabile per procedere.
Gesù, quando è morto, ha acceso una grande luce nel mondo perché ha accolto la perdi-
ta della “vita” con tanta misericordia. Certamente il fulgore della Risurrezione è derivato
dalla luce di quella perdita accolta con immensa misericordia. Da questa luce di misericor-
dia gli uomini sono stati illuminati e salvati, non da altro. Allora agiamo anche noi sempre
con sentimenti di misericordia per illuminare la vita mediante tante luci… di misericordia.
Invochiamo la Madre di Misericordia e ci sarà concesso un cuore misericordioso. Così,
forse, niente potrà farci male perché avremo la luce per distinguere ciò che è bene da ciò
che è male. Anche il nostro piccolo giornale di Eco potrà essere luce per il nostro cammi-
no e, forse, per quello di tanti altri, se sarà accompagnato dalla misericordia di chi lo scri-
ve, lo stampa, lo distribuisce e lo legge.
P
ENSIERI SEMPLICI
di Pietro Squassabia
Santa Maria, donna feriale,
liberaci dalle nostalgie dell’epopea,
e insegnaci a considerare
la vita quotidiana
come il cantiere dove si costruisce
la storia della salvezza.
Allenta gli ormeggi delle nostre paure,
perché possiamo sperimentare come te
l’abbandono alla volontà di Dio
nelle pieghe prosaiche del tempo
e nelle agonie lente delle ore.
E torna a camminare discretamente con noi,
o creatura straordinaria
innamorata di normalità,
che prima di essere incoronata
Regina del cielo
hai ingoiato la polvere
della nostra povera terra.
7
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Villanova M., 8 marzo 2009
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Convertici a te, o Padre, nostra salvezza
e formaci alla scuola della tua sapienza,
perché l'impegno quaresimale
lasci una traccia profonda nella nostra vita.
Pasqua è la festa
dei macigni rotolati
È la festa del terremoto...
La mattina di Pasqua le donne,
giunte nell’orto,
videro il macigno rimosso dal sepolcro.
Ognuno di noi ha il suo macigno.
Una pietra enorme
messa all’imboccatura dell’anima,
che non lascia filtrare l’ossigeno,
che opprime in una morsa di gelo;
che blocca ogni lama di luce,
che impedisce la comunicazione con l’altro.
È il macigno della solitudine,
della miseria, della malattia,
dell’odio, della disperazione, del peccato.
Siamo tombe alienate.
Ognuna col suo sigillo di morte.
Pasqua, allora, sia per tutti
il rotolare del macigno,
la fine degli incubi, l’inizio della luce,
la primavera di rapporti nuovi.
E se ognuno di noi, uscito dal suo sepolcro,
si adopererà per rimuovere
il macigno del sepolcro accanto,
si ripeterà finalmente il miracolo
che contrassegnò la risurrezione di Cristo.
Don Tonino Bello
Tutto è compiuto!
S
TORIA DI UN
P
RIGIONIERO CHE NON
SI È LASCIATO RUBARE LA
L
IBERTÀ
Secondo il concetto cristiano gli uomini
fino al momento della morte sono chiamati a
compiere la volontà del Padre, e la morte è
l’ultimo atto, quello definitivo e decisivo, del
compimento di questa volontà. Gesù lo inse-
gna dalla croce. Egli è un’opera conclusa del
Padre. È l’opera più bella! E non è lasciata a
metà! Noi rischiamo spesso di essere degli
“incompiuti”
ogni volta che giriamo le
spalle a Dio e alla sua chiamata. Egli ci chia-
ma alla vita e noi preferiamo contemplare le
nostre morti. Egli ci chiama alla gioia, ma
noi preferiamo piangerci addosso. Egli ci
chiama alla santità e noi preferiamo rimane-
re impantanati nel fango dei nostri peccati e
delle nostre inconsistenze.
Quando però la creatura si lascia
modellare da Dio, quando lascia che questo
artista compia la sua splendida opera, assi-
stiamo ad un vero prodigio, il prodigio del-
la santità che può giungere fino alla testimo-
nianza estrema: il dono della vita… il mar-
tirio.
Forse a molti è sconosciuto, ma c’è sta-
to un uomo che a questo proposito ha molto
da insegnarci. Si tratta di un religioso car-
melitano olandese, Tito Brandsma, un pro-
fessore di filosofia e di “storia della mistica”
all’università cattolica di Nimega. Era il
tempo del nazismo e il professor Brandsma
accusava apertamente i nazisti… Natural-
mente fu arrestato dalla Gestapo, processa-
to e imprigionato. In una pagina del suo dia-
rio scrive: «La vocazione per la Chiesa e il
sacerdozio mi hanno arricchito di tante dol-
cezze e di tante gioie che ora accetto volen-
tieri tutto ciò che mi può sembrare sgradi-
to… Certamente mi mancano la Messa e la
Comunione, ma Dio è ugualmente vicino a
me, in me e con me…».
Il Venerdì Santo del 1942 i guardiani
del campo sono come impazziti. Mettono
una corona di spine, fatta con fili di rame,
sulla testa di un prete e costringono i prigio-
nieri a cantare l’inno: “O capo coronato di
pungenti spine”
. Alla sera di quel terribile
giorno padre Tito tiene segretamente una
meditazione sul mistero della sofferenza.
Un testimone racconta così: «Attorno a lui,
i prigionieri erano sulle brande disposte in
tre file. Tutta la baracca puzzava di zoccoli
marci, di vesti sudice e di sudore. Quegli
uomini dalle teste rapate, lo guardavano con
gli occhi spenti e un po’ sinistri … esatta-
mente davanti a me, in piedi sopra una cas-
setta vuota di patate, il professore Tito ci
parlò della Passione… le parole che gli usci-
vano direttamente dal cuore, scendevano
fino in fondo. E tutta la baracca taceva. Il
silenzio si fece quasi oppressivo. Ciascuno
lottava con i suoi problemi (…) e la sua
miseria, ma padre Tito dava a tutti una solu-
zione: il nostro amore per Dio… E poi
aggiungeva: in questo giorno ci deve essere
in noi un’atmosfera di felice riconoscenza,
perché possiamo vedere la passione di
Cristo unita alla nostra sofferenza
». Un
altro dei suoi ascoltatori racconta: «Siamo
ritornati in silenzio nelle nostre baracche;
nessuno parlava: lo spirito di Dio ci aveva
sfiorati». I guardiani intuirono qualcosa di
questa strana riunione e l’indomani il padre
carmelitano fu punito.
Il 19 giugno dello stesso anno fu interna-
to nel campo di Dachau, lì iniziò il vero e
proprio calvario
. Il primo incontro fu con
un capoblocco che nutriva un odio partico-
lare verso gli ecclesiastici. Cominciò a per-
cuoterlo con una tavola e durante la marcia
si divertiva a dargli calci nei talloni fino a
farglieli sanguinare. Il trattamento gli fu poi
riservato sistematicamente ogni giorno.
Vedendolo così malridotto, una SS. gli disse
di non preoccuparsi perché presto avrebbe
potuto festeggiare la sua Ascensione, pas-
sando per il camino del forno crematorio. Il
lavoro era durissimo, tante le umiliazioni,
tante le botte, per lui poi, sembravano sem-
pre raddoppiate al punto che gli altri diceva-
no che era trattato come il Cristo flagella-
to
. Ma non c’era modo che gli uscisse una
critica verso i suoi aguzzini. Si affidava ai
suoi amori: la Madonna del Carmelo e
l’Eucaristia. Prezioso era soprattutto il
sostegno dell’Eucaristia
che riusciva ad
avere quasi ogni giorno dai sacerdoti tede-
schi prigionieri nel campo, ai quali era con-
cessa un po’ più di libertà. Una particella la
custodiva fino al giorno dopo nella custodia
degli occhiali; col resto si comunicavano
anche in dieci, rischiando ogni volta le più
crudeli punizioni. La notte, in cui per molte
ore non riusciva a dormire Tito la passava
adorando quel pezzetto di ostia santa affi-
dandogli la sofferenza di tutti.
Poi venne il fatidico giorno in cui padre
Tito, come Gesù, disse: Tutto è compiuto!
Era talmente sfinito che i confratelli di pri-
gionia ritennero opportuno raccomandarlo
al capo della sezione ospedaliera, per un
ricovero. Il medico si dimostrò anche troppo
disposto ad aiutarli. Tito venne portato via e
non lo rividero più.
Tutto quello che avvenne poi, lo sappia-
mo da una testimone di eccezione… È stata
lei ad uccidere Tito e si è convertita proprio
perché il ricordo di questo sacerdote non
l’ha più abbandonata. Allora era una ragaz-
za che faceva l’infermiera, ma obbediva per
paura agli ordini disumani dell’ufficiale
medico… Questa donna ha raccontato come
gli si sono scolpite dentro le parole di padre
Tito mentre subiva terribili maltrattamenti:
«Padre, sia fatta non la mia volontà, ma
la tua».
Tutti i malati la insultavano e la
odiavano, quel sacerdote invece con la deli-
catezza e il rispetto di un padre le disse:
«Che povera ragazza è lei, io pregherò per
lei!
». Gli regalò anche la sua corona del
Rosario. Lei gli disse che non la sapeva pre-
gare. Lui rispose: «Non occorre che tu dica
tutta l’Ave Maria; dì soltanto: Prega per noi
peccatori!»
Fu proprio lei che il 26 luglio 1942 gli
iniettò l’acido fenico. Mentre quella donna
iniettava quel siero mortale nelle vene del
Santo martire, lui gli trasmetteva con la sua
bella testimonianza la tenerezza dell’amore
di Dio e la fede.
Ancora oggi Cristo continua a patire nel
suo corpo che è la Chiesa! Quanti frutti di
redenzione porta ancora la sua passione!
Davanti al “tutto è compiuto” di Gesù e del
beato Tito, domandiamoci seriamente: io
dove sono? Che sto facendo della mia vita?
In me il seme sta morendo per portare frut-
to?
p. Gabriele Pedicino o.s.a.
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